Che cosa deve (o dovrebbe) fare un personaggio pubblico che ritiene inesatti o addirittura irriguardosi degli articoli giornalistici in cui compare il suo nome? Ha due possibilità. La prima – la più corretta, quella di cui vediamo traccia ogni giorno su quotidiani e settimanali – è quella di replicare all’articolo spiegando il perché delle inesattezze sul suo conto e chiarendo le questioni aperte dall’articolo. La seconda – la più spiccia – è quella di querelare giornale e/o giornalista.
Nei confronti di questo blog il dottor Luigi Simonetto, presidente della Commissione Tutela Salute della Federciclismo, ha scelto una terza via: farci scrivere dai suoi avvocati (che si “riservano di agire nelle competenti sedi”) per “diffidarci dal pubblicare articoli dello stesso tenore” di quello uscito su questo blog il 9 dicembre scorso, articolo che avrebbe “adombrato comportamenti poco trasparenti e poco professionali nei suoi confronti». Tra le varie reazioni questa è di gran lunga la meno adeguata: non spieghi dove sarebbe il “vulnus”, ma metti sull’allarme il giornalista, lo “avverti” che se continua potrebbe avere dei guai.
L’articolo (che gli avvocati non citano) dovrebbe essere: «L’incredibile Commissione tutela Salute della Fci», pubblicato in realtà il 4 dicembre, che potete leggere qui: http://wp.me/p2l2Le-h1
Premettiamo una cosa: il nostro Cycling Pro ha sempre avuto un rapporto molto buono con Simonetto, così buono da attirarci spesso le ire di alcuni medici del ciclismo e di certi giornalisti o opinionisti, che consideravano il dottore lombardo troppo “governativo”. Rapporto buono non dovuto a deferenza, sia chiaro, ma a stima per l’operato del medico.
Abbiamo difeso Simonetto dalle ire dei direttori sportivi quando appoggiò Brocci nel progetto GiroBio, progetto che era e resta lodevole e in cui lui mise molta della sua intelligenza. L’abbiamo giustificato quando ammise dei “ritardi” nell’aggiornare le liste dei medici di ruolo, che per un certo periodo comprendevano medici andati a sentenza con condanne penali. L’abbiamo appoggiato nel progetto Five Stars League, che provocò tumulti a livello amatoriale..
Qual è il problema suscitato da questo articolo, quindi?
Beh, Simonetto non lo dice. Ma il blog tratta la questione dei Centri di Medicina dello Sport accreditati Fci, portata da noi alla luce a fine novembre a seguito di un’indagine giornalistica e delle segnalazioni di parecchi medici. Riassumiamo.
La Commissione Medica Fci ha istituito un “bollino di qualità” per centri e laboratori medici sparsi per l’Italia che potessero essere:
«adeguati a rappresentare un qualificato punto di riferimento per tutti gli atleti tesserati e, comunque, per tutta la popolazione ciclistica attiva. In tale ambito va infatti sottolineato come, alla luce della attuale normativa sanitaria, esistono intere popolazioni di atleti ciclisti che non sono affiancate da una specifica figura, quale quella del medico sociale, che possa adeguatamente supportarli nella tutela della loro salute.
Questo “bollino” è un vero e proprio ”accredito” concesso a insindacabile giudizio Fci.
L’iniziativa è lodevole, ma nel momento in cui una struttura centrale a carattere sanitario/legale accredita un centro con valenza sanitaria, deve emanare un protocollo dettagliato e trasparente per stabilire i requisiti di bando. Bando che deve essere chiaro, trasparente, esaustivo.
Il nostro articolo segnalava che i primi accrediti erano già stati fatti senza che vi fosse alcun bando/protocollo disponibile sul sito federale. Evidenziammo personalmente il problema a Renato Di Rocco. Il presidente ci rispose che non ne sapeva nulla ma si sarebbe informato. Due giorni dopo Di Rocco ci spedì il documento che trovate qui (http://tinyurl.com/bz6fw6r), una sorta di memoria del dottor Simonetto sull’argomento.
Quella memoria però non era il bando che cercavamo e non chiarì i nostri dubbi.
Cosa significa che il “curriculum del Direttore Sanitario e dello staff sanitario operante presso il centro (debba essere), rispondente a criteri di adeguata qualificazione professionale, con specifico riferimento alle esperienze maturate in ambito ciclistico”? Non significa nulla. Un bando deve essere ultraspecifico. Il direttore deve essere un medico di ruolo Fci? E da quanti anni? E gli operatori sanitari? Dove va cercata la specificità?
Invece il “bando” Fci si limita a riportare generiche disposizioni che ogni ASL raccomanda a un qualunque laboratorio di analisi o studio medico: assenza di barriere architettoniche, adeguato parcheggio… Cos’hanno a che fare queste cose con ciclismo? Perché invece non si chiedono requisiti più stringenti come ad esempio l’identificazione obbligatoria degli atleti, la trasmissione dei registri di taratura delle macchine di analisi, la laurea obbligatoria in scienze motorie per chi effettua la parte “non medica” dei test di valutazione funzionale?
Tutto questo non lo leggiamo e non a caso, nella parte finale del suo documento, Simonetto scrive:
«Si specifica come la valutazione di merito per l’accredito ha rappresentato semplicemente la verifica di requisiti strutturali ed organizzativi adeguati agli obiettivi e di presenza di qualificati profili professionali non coinvolti in problematiche di doping o sottoposti a sanzioni per il proprio operato professionale».
In pratica l’unico requisito dell’accredito è che nel centro non ci sia personale che ha avuto problemi con il doping. Tutto qui?
E questa è solo la prima parte del problema segnalato nel nostro articolo. Perché il blog evidenziava un’altra cosa, molto importante: tutti i centri accreditati in prima istanza con la delibera presidenziale di Di Rocco avevano una cosa in comune: vi lavoravano medici che facevano parte della Commissione Tutela Salute della Fci. Abbiamo scritto nomi, cognomi e luoghi dopo un’accurata verifica centro per centro.
Quindi la Commissione approvava e raccomandava agli atleti i centri diretti dai suoi membri interni o dove i suoi membri lavorano. E’ un reato? Non crediamo proprio. E’ una caduta di stile? Secondo noi sì. E’ una cosa deontologicamente inopportuna? Secondo noi sì. Assolutamente sì. Se io voglio essere super partes (questo dovrebbe essere il ruolo di un organismo come la CTS) un comportamento del genere è un’arma formidabile per i miei detrattori per poter dire che non lo sono.
Questo raccontava il blog, caro dottor Simonetto. Se Lei (e assieme a Lei il presidente Fci Renato Di Rocco) ha voglia di entrare nel dibattito con argomenti pertinenti siamo sempre totalmente a sua disposizione, come sa benissimo e come ha potuto verificare negli ultimi dieci anni ogni volta che ci siamo occupati di problemi sanitari legati al ciclismo. Altrimenti ci quereli. Ma eviti le diffide: sono il peggior modo di risolvere il problema.
Commssione Tutela Salute, CTS, Di Rocco, Federcicliso, Simonetto ANTIDOPING, CICLISMO & POLITICA, IL DIBATTITO
Trovo l’articolo molto interessante ma – come direttore tecnico di un laboratorio di analisi – con annessi servizi medici e di consulenza dietologica, gradirei che fosse più approfondito. Ritengono infatti che se il centro che dirigo è autorizzato dal Servizio Sanitari Sanitario ed è in regola con le autorizzazioni comunali e con l’ASL di competenza nulla in più potrebbe essermi richiesto da una federazione sportiva.