TORNA DANILO DI LUCA. ERA PROPRIO NECESSARIO?

Dunque la notizia è questa: secondo il quotidiano pescarese “Il Centro” (http://tinyurl.com/c6l86zk) Danilo Di Luca, 37 anni, ha firmato un contratto con la Fantini Selle Italia di Citracca & Scinto. L’abruzzese potrebbe debuttare già tra due settimane alla Tirreno-Adriatico e proseguire con la Sanremo il suo percorso verso il Giro d’Italia.

La notizia era nell’aria da un paio di mesi, si aspettava solo la firma. Quello che non si sa è che la presenza di Di Luca nel team è stata praticamente imposta dagli sponsor che sono dietro al progetto Fantini. E che la cosa non fa esattamente piacere né a Citracca né a Scinto, che già lo scorso anno si dovettero opporre duramente al progetto di inserire Mario Cipollini nel gruppo del Giro, con un’operazione che – vista soprattutto oggi – non sarebbe davvero stata il massimo della vita.

Il caso Di Luca è radicalmente diverso, ma merita comunque una riflessione approfondita. Di Luca, dunque. 37 anni, due squalifiche alle spalle, una per la frequentazione del dottor Santuccione, una per doping. Doping pesantissimo. Di lui Benedetto Roberti, il pubblico ministero padovano che da anni indaga sul doping ha detto: «E’ di sicuro il corridore più intelligente che io abbia mai interrogato, quello che più lucidamente ha capito i suoi errori e collaborato alle indagini». Condividiamo.

Scontata la squalifica, aperto un (bel) negozio di bici a Pescara con marchio di telai collegato, Danilo è tornato a correre lo scorso anno con la maglia di Acqua & Sapone. Risultati discreti per lui, meno per il team che ha chiuso i battenti a fine 2012. Con onestà Di Luca non ha mai nascosto che, oltre alla voglia di correre, nel suo rientro c’era la necessità di far circolare il suo nome per via della sua nuova attività commerciale che ha comportato investimenti personali importanti. Si pensava che con la chiusura della squadra Danilo optasse per la pensione, invece…

Certo, Di Luca è il “vecchio” del ciclismo, un nome che viene da un passato oscuro, un atleta su cui graveranno sempre delle ombre. Consegnandolo a Scinto & Citracca gli sponsor si prendono una responsabilità grossa: incidono sulle dinamiche di un gruppo giovane, senza “prime donne” che – nello stile tipico di Scinto – avrebbe la necessità di crescere come collettivo e senza ombre o nomi “pesanti” alle spalle. Per ogni corsa in cui c’è un Di Luca presente ci sarà – presumiamo – un giovane che dovrà rinunciare a un’esperienza importante.

A Di Luca la squadra sembra non poter rinunciare per la Tirreno (che d’altronde finisce in Abruzzo…) e nemmeno per il Giro d’Italia. Tra parentesi, la mossa potrebbe non piacere a Rcs, considerando che il nome di Di Luca ha “sporcato” più di tutte proprio la corsa rosa. La Fantini aveva guadagnato sul campo (e senza Di Luca) la sua partecipazione con le splendide imprese di giovani come Rabottini & Guardini e adesso infila in organico un atleta non previsto.

Fermi restando i soliti discorsi garantisti (Di Luca ha sbagliato e pagato e ha tutto il diritto di correre) resta da capire una cosa: perché gli sponsor in Italia faticano a tirare fuori 50/60 mila euro a stagione per pagare un buon allenatore che sarebbe decisivo per far crescere i giovani ma fanno pressioni e pagano molto di più per recuperare un pezzo di passato forse non opportuno, forse controproducente e oltretutto dai risultati agonistici incerti? La risposta è: questa è la nostra cultura dello sport e del marketing sportivo. Ci sbaglieremo, ma a noi sembra una cultura profondamente di retroguardia.

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23 Commenti → “TORNA DANILO DI LUCA. ERA PROPRIO NECESSARIO?”

  1. Jury 3 Settimanas ago   Rispondi

    Adoro il ciclismo!!! Di Luca è un vero professionista ed occorre assolutamente un elemento di tale esperienza in una squadra. . . i giovani hanno la forza e lui la mente

  2. Maverick 2 Meses ago   Rispondi

    Chi ama davvero il ciclismo deve prendere tutte le distanze pssibili da chi in passato è risultato drogato. Nessuna commemorazione. Nessuna esaltazione delle gesta. Troppo comodo dire che lo facevano tutti, o che la droga non fa un campione. Esaltare dei Dr Faust in bici non è giusto. Altrimenti si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Dei mostri in bici con la bava dalla bocca alla catena ( visti!) ? ….E basta!

    • gabriele 2 Meses ago   Rispondi

      Diciamo pure, a scanso di equivoci, che io sono assolutamente contrario a ogni liberalizzazione del doping, e che credo fermamente in una campagna per contrastare il fenomeno, in primo luogo per la tutela della salute, in secondo luogo per evitare sbilanciamenti nella competizione, squilibri che però, va sottolineato, non sono quasi mai tra singoli atleti bensì tra situazioni diverse, tipicamente squadre organizzate, gruppi protetti, e così via. Il singolo sposta ben poco.

      Ma, detto questo, che senso ha dire che “chi ama il ciclismo” deve prendere le distanze “da chi è risultato drogato”? Il ciclismo è uno sport professionistico, e come tale la sua storia passata e presente è fatta di diffusione endemica del doping.
      Che ciclismo ama lei, signor Maverick? Non quello di Basso (drogato), Bugno (drogato), Fignon (drogato), Moser (drogato), Merckx (drogato), Coppi (drogato)… Insomma, non il ciclismo professionistico.

      Secondo lei non dovremmo ricordare o esaltare la Cuneo-Pinerolo perché Coppi era un drogato?
      Benissimo, inforchi la sua Graziella e vada a farsi una passeggiata.

      A me sembra “troppo comoda” la sua posizione, che allinea tutta una serie di frasi senza collegare logicamente le une con le altre.
      Mi spieghi lei perché esaltare un gesto tecnico (possibilmente sottolineando il fatto ovvio e notorio che non sia riproducibile tramite il doping, cioè che non dipenda dal doping, anzi al contrario) dovrebbe creare dei mostri.
      Io potrei argomentare con maggiore logica che sostenere che Pantani sia stato un campione capace di ciclismo eccelso solo “perché si drogava” indurrà chiunque voglia eccellere altrettanto a doparsi. Poi guarda caso non ce la faranno (toh!), ma la deduzione è quella.

      Io non parlo di “campioni” o meno. Parlo di contenuti tecnici.
      La logica dice che se il doping fosse la discriminante per ottenere una grande impresa, vedremmo grandi imprese fatte solo o principalmente dai corridori con un differenziale di doping a loro vantaggio.
      Così non è, o lo è di raro. Anzi spesso queste grandi imprese le hanno fatte corridori “scomodi” che hanno vissuto la loro carriera (di “drogati”) con il fiato di un antidoping pilotato sempre sul collo, e quindi presumibilmente obbligati a una “dieta farmacologica” ben più ristretta. Ci sono controesempi, è chiaro, ma ci sono anche grandi linee di tendenza.

      Ora che la storia ufficiale ha chiarito molti punti che già erano noti ai meno ottusi, bisognerebbe anche riflettere su questo: se le istituzioni coprivano alcuni atleti, che dobbiamo pensare di chi è stato pizzicato, se non che – di punto in bianco o da sempre – ha dovuto “sopravvivere” scoperto?
      Ci sono due categorie, tra i pizzicati: il sottobosco dei poveretti che usa prodotti vecchi (il CERA nel 2008-2009), e chi magari ha le risorse per godere di un programma doping di punta, ma è tenuto nel mirino (vedansi le rivelazioni su Iban Mayo, nemico di Lance e per questo perseguitato dall’UCI “su richiesta”).
      In entrambi i casi c’è da chiedersi, seriamente, se chi, come lei scrive è “RISULTATO drogato” sia davvero un “Dr. Faust” in bici o non sia piuttosto un dopato di terza classe, mentre i veri mostri sono ben altri. Magari non in bici.
      Tra essi, certo non veri mostri, ma mostriciattoli sicuramente, tutta una schiatta di opinionisti che si ostinano a dire (contro ogni evidenza storica e tecnica) che le vittorie di un Pantani siano partorite essenzialmente dal doping.

      Saluti, G.

      PS A me in bici è pure capitato di avere la bava dalla bocca alla catena, ma di doping giusto il caffè (che adesso è stato pure depenalizzato).

      • cyclingpro 2 Meses ago   Rispondi

        Gabriele, il ciclismo deve prendere sempre le distanze da chi si è dopato non fosse altro per rispettare quei pochi o molti che non si sono MAI dopati. E ce ne sono. Come ha detto giustamente Sandro Donati nell’intervista pubblicata su Cycling Pro di dicembre 2012, in determinati periodi storici (anni Novanta) il ciclismo era globalmente così dopato che parlare di imprese e qualità dei singoli atleti non è proprio tecnicamente possibile. Accertato che all’epoca la popolazione dei professionisti europei aveva un ematocrito medio a 47,5 (contro i 42,5 attuali) e altri parametri ematici alle stelle ogni discorso retrospettivo purtroppo perde di senso.

        • gabriele 2 Meses ago   Rispondi

          Aspettiamo una decina di anni a parlare dell’oggi… e ci faremo qualche risata sull’ematocrito a 42.
          Si sa già da parecchi anni (almeno dieci) che avere alle stelle l’ematocrito non è fisiologicamente tutto “grasso che cola” per la prestazione, e parlo proprio di prestazione, non di salute.
          Anche il fatto che il doping ematico (certo cruciale) sia l’alfa e l’omega del contributo farmacologico è quantomeno riduzionista.

          A parte queste quisquilie biologiche, io rifiuto proprio l’idea che il ciclismo si riduca a uno scontro di watt o di soglia (qualcosa così nella crono, non per niente “dopometro” per antonomasia, anche se certo non è tutto lì).

          Se andassimo ad analizzarle TECNICAMENTE una per una, quelle imprese, potremmo valutare quanta parte è ascrivibile forse al doping (e ce n’è, non dico di no), e quanta invece non lo è per nulla.

          Donati, grande figura morale del nostro sport nazionale (nonostante i paroloni, nessuna ironia), non è detto che sia anche un fine tecnico di ciclismo.
          Io sinceramente mai mi esprimerei sul quid tecnico dell’atletica, sport che guardo, apprezzo, ammiro ma non seguo con la dovuta passione e assiduità. Purtroppo di trombonate tecniche sul ciclismo dette da commentatori, allenatori e atleti di altre discipline ne abbiamo sentite tante. Troppe. (va detto che il fatto che il ciclismo non sforni figure minimamente autorevoli non aiuta granché).

          Saluti, G.

          PS Sul rispetto per i corridori puliti… moltissimo, rispetto umano alle stelle. Come anche per i tanti che hanno scelto di lasciare, ne conosco diversi.
          Certo che se queste persone pretendessero o credessero che rispettare loro volesse dire disprezzare, allontanare o negare i colleghi dopati, ecco una parte di quel rispetto che hanno meritato lo perderebbero all’istante. Non c’è alcun rapporto tra le due cose, ma proprio zero.

          • cyclingpro 2 Meses ago   Rispondi

            Lei non ha il dono della sintesi, Gabriele! E noi non siamo d’accordo con la sua tesi, che gira attorno al problema cercando di salvare capra e cavoli e facendo distinguo speciosi. I fatti sono due. Il primo è che c’è chi ha scelto di doparsi e chi no. E noi stiamo SEMPRE dalla parte di chi no. Il secondo è che dei Novanta c’è davvero poco da salvare. Usiamoli per imparare e perche certi fatti non si ripetano.

      • Maverick 2 Meses ago   Rispondi

        Gabriele, lei scrive:

        “La logica dice che se il doping fosse la discriminante per ottenere una grande impresa, vedremmo grandi imprese fatte solo o principalmente dai corridori con un differenziale di doping a loro vantaggio.”

        Lei come può escludere che sia successo ( e forse ancora succeda) davvero così? Ed allora che sport sarebbe?

        Cordialmente, senza alcuna polemica e con grande rispetto delle sue idee.

        • gabriele 2 Meses ago   Rispondi

          Mi scuso profondamente per la prolissità con gli autori del blog, capisco che se ne lamentino visto che devono leggere gli interventi (i lettori comuni possono saltare); mi ero proposto di chiudere la discussione senza aggiungere altro, ma visto che Maverick mi interpella direttamente mi pare ingiusto lasciar cadere.
          Non ho il dono della sintesi, né credo che sia opportuno forzar tale qualità su temi così delicati. Passare per un sostenitore del doping o per un fan sfegatato preoccupato solo di difendere i beniamini “drogati” è troppo facile, mi pare invece importante argomentare a fondo.

          @ Maverick
          Io mi baso sul fatto che degli anni dal 1999 al 2009 (e potrei risalire a periodi anteriori) possiamo parlare con buona cognizione di causa.
          Personalmente mi sono letto praticamente tutte le carte dell’USADA, nonché in buona parte le confessioni integrali di Manzano, Jaksche e Kohl, naturalmente con spirito critico e con approccio “accademico” nella ponderazione delle fonti, cioè non considerando tutto ciò come un oracolo assoluto.

          L’idea che mi sono formato io, sempre personalmente, è che il differenziale legato al doping non sia di per sé abnorme. È ovviamente molto discriminante tra professionisti, e soprattutto può costituire una barriera all’accesso, ma parliamo di un 4-5% sulla prestazione finale.
          In un ambiente di doping endemico e soggetto ai MEDESIMI CONTROLLI, questo significa che la differenza tra dopati, legata ad esempio alla diversa qualità dei prodotti, o alla diversa reazione fisiologica dei singoli, può incidere intorno al 2-3% della prestazione finale.
          Più che bastevole per rifilare (o non subire) un bel minuto extra in una crono di 50km, per il solo fatto di essere più reattivi al doping ad esempio; però se prendiamo una salita anche significativa, diciamo 7km all’8% fatti a tutta, sono solo una ventina di secondi di differenza. Se trattasi di un “uno contro uno”, perché se invece dietro c’è un gruppetto… Comunque va bene, secondi preziosi, pesantissimi, senz’altro, ma in primo luogo spazzabili via dalle dinamiche di gara, in secondo luogo non assolutamente sufficienti a raggiungere la definizione di “impresa”.

          Dove ci porta questo? Ci porta al fatto che il doping cambia davvero radicalmente le carte in tavola solo in circostanze ben definite:
          - organizzazione di squadra sistematica e non doping individuale assortito, perché “preparando” il team, con carichi e funzioni mirati, si possono condizionare di più le dinamiche di corsa che non con un “ognuno faccia quel che gli pare”
          - coperture politiche e protezioni dai controlli. Le tabelle di Fuentes degli anni intorno ai primi 2000 mostrano che i suoi atleti non assumevano prodotti in gara né in prossimità della stessa per non rischiare positività (solo autoemotrasfusioni). Altri personaggi invece potevano assumere di tutto A GARA IN CORSO, e rassicurare i compagni che non sarebbe accaduto nulla. Questo fa una bella differenza, diciamo che massimizza quel 4-5%, moltiplicato per l’effetto squadra
          - soggetti particolarmente spregiudicati che in assenza di ogni limitazione normativa (EPO nei ’90) si dopino a livelli che altri soggetti non hanno il coraggio materiale di raggiungere (c’è anche questa soglia, se si leggono le testimonianze)

          In merito a queste categorie possediamo ormai informazioni abbastanza definite e affidabili, su chi era coperto e chi no (o lo era meno), su chi lavorava con la squadra e “di squadra” anche per la farmacia e chi da singolo, su chi godeva di certe procedure in gara e chi no, e così via.

          Aggiungo che ci sono molte situazioni di gara in cui chi trionfa non lo fa perché è fisicamente il più forte (e la gara stessa a volte lo dimostra), bensì per strategia, scelta di tempo, condizionamento psicologico sugli avversari, gestione delle forze.
          In questi casi il doping è servito magari per “partecipare” alla lotte di vertice (senza “ci si staccava” prima, metaforicamente o meno), ma non si può riferire al doping la vittoria come tale, visto che il dato fisico non era di superiorità sui contendenti.
          Esempi recentissimi (ma non sono i soli), che scelgo provocatoriamente in quanto avvenuti ad opera di corridori sicuramente dopati nella loro carriera? L’Olimpiade di Vinokourov e la Vuelta di Contador. Difficile ascrivere al mero doping il “quid” di quei successi.

          Saluti, G.

          • cyclingpro 2 Meses ago   Rispondi

            Il “baco” è nel principio che sta alla base del suo ragionamento, Alberto, lo stesso paradossalmente portato avanti da… Michele Ferrari.
            E’ del tutto inesatto e completamente fuoriviante dire che, come sostiene lei:

            « il differenziale legato al doping non sia di per sé abnorme. È ovviamente molto discriminante tra professionisti, e soprattutto può costituire una barriera all’accesso, ma parliamo di un 4-5% sulla prestazione finale».

            Il differenziale tra un dopato e un non dopato ematico è in termini non solo di watt in salita ma anche e sopratutto di recupero post corsa, post allenamneto e post tappa. E questo differenziale cambia TOTALMENTE i fattori in campo e devasta, appunto, il passato del nostro ciclismo.

  3. Lejba 2 Meses ago   Rispondi

    Complimenti per l’articolo. Peccato solo la piega che hanno preso i commenti, tipici commenti da ciclisti da bar.
    Ma cosa ci si puo’ aspettare di diverso, in un paese dove fanno ancora oggi fanno trasmissioni televisive che esaltano le imprese di Pantani?
    Povero ciclismo.

    • gabriele 2 Meses ago   Rispondi

      Gentile Lejba,

      io direi che un commento da bar si qualifica soprattutto per la sua apoditticità e il suo qualunquismo, nonché per la scarsità di argomenti, sostituiti invece da boutade retoriche.
      E soggiungerei quindi che, tra tutti, qui il commento più proprio di un bar sia stato il suo.

      Le trasmissioni televisive che esaltano le imprese di Pantani, anche se tardive e in ciò ipocrite, sono sacrosante per il semplice fatto che Pantani era un campione assoluto del ciclismo di tutti i tempi, oltreché perché la valenza tecnica di tali imprese è solo in minima parte riconducibile al doping (certamente necessario per competere a quel livello, ma non sufficiente a esplicare l’impresa).

      Ora: chi neghi questo, come lei sembra fare e come certi presunti paladini dell’antidoping ci hanno abituato, È UN PUBBLICITARIO DEL FARMACO E UN AVVERSARIO DEL CICLISMO COME SPORT A TUTTO TONDO. E va gridato forte è chiaro.

      Il farmaco non produce un’impresa di eclatante spessore tecnico, e il ciclismo è sport di grande valenza tecnica, non è un ergometro per muli col paraocchi.

      Sostenere che un corridore come Pantani sia un prodotto principalmente del doping vuol dire sostenere che il doping sia veramente onnipotente. Il che è dimostrabilmente falso.

      Chi conosce il ciclismo e lo ama ha imparato da decenni a distinguere, nel mucchio di “dopati” di vario ordine e grado, la qualità intrinseca dalla spinta farmacologica.

      Essere ciechi a tutto ciò vuol dire negare l’importanza degli allenatori (veri) e dei tecnici (preparati) che questo sito, ad esempio, propugna.

      Peggio per lei e per chi come lei non è più in grado di cogliere la bellezza di questo sport, una qualità che – come è per ogni vero sport – dalla macchia del doping viene sfiorata solo a stento.

      Saluti cordiali,
      G.

  4. Polly 2 Meses ago   Rispondi

    Premetto che siete bravi, chiari e vi leggo sempre. In tanti non capiamo però come mai su certi corridori ci si accanisca di più che non altri che hanno la “fedina sportiva” sporca allo stesso modo.
    Chi è stato squalificato solo una volta può pagare e rientrare in gruppo mentre chi ha subìto due squalifiche, una per l’Operation Puerto e una per frequentazione, diventa una persona non gradita?
    Giusto per capire se ci sono due pesi e due misure.
    La legge sportiva prevede che possa tornare a correre….quindi la piega che avete dato a questo articolo è dovuta all’antipatia personale verso il corridore?

    • cyclingpro 2 Meses ago   Rispondi

      La realtà è che questo dibattito Danilo Di Luca è solo un pretesto. Non mettiamo in discussione né l’intelligenza né la legittima voglia di continuare a correre dell’abruzzese. Tra parentesi, rispetto a un Rebellin che ancora parla di complotto nei suoi confronti o a decine di corridori “anni Novanta” che si dichiarano vergini e ignari rispetto al doping Danilo è un gradino sopra.
      (Il caso di Garzelli è comunque differente, la sua positività molto più controversa anche se pure lui in questo team (in questo ciclismo?) pare un soggetto un po’ del passato)
      Il dibattito è sullo sponsor che “ha costretto” il team a un ingaggio che mette tutti (direttori sportivi, compagni, staff…) obbiettivamente in difficoltà. Perché lo fa? Tante risposte. Perché chi finanzia il team è amico personale di Di Luca e queste cose nel ciclismo italiano contano. Perché chi finanzia la squadra è ancora convinto del motto “parlate male di me ma parlatene”. Perché i giornali (leggeteli, da domani) daranno spazio all’ingaggio di Danilo e invece non ne hanno dato nessuno al raduno invernale della squadra, ai suoi giovani e ai progetti per il futuro. E perché evidentemente Fantini Vini crede sia più produttivo investire nell’ingaggio Di Luca che spendere soldi in altre cose che a questo team forse servirebbero di più. Se leggete il reportage dal ritiro del team Sabaudia su Cycling Pro di gennaio vi rendete conto di come avrebbero potuto essere spesi quei soldi: per pagare degli allenatori, per evitare che i corridori si paghino i ritiri in altura o gli Srm da soli. Ognuno ha le sue priorità.

      • gabriele 2 Meses ago   Rispondi

        Diciamo chiaramente che molti mali del ciclismo recente – e non! – vengono da indebite ingerenze tecniche degli sponsor (il che è notorio: come si evince perfino da un prodotto internazionale, divulgativo ma ben fatto e divertente come è il mediometraggio di animazione “Nasu – Summer in Andalusia”).

        E allora perché nell’articolo si parla più del “pretesto” Di Luca, e dei suoi annessi anagrafico-disciplinari, piuttosto che del “punto in questione”?

        Se parliamo del punto, diciamo allora che questa dialettica comunque ci sta, chi mette i soldi va in caccia di visibilità per il suo marchio (e Di Luca, lo dite chiaro, porta visibilità a palate), non agisce in funzione della crescita tecnica o morale del ciclismo italiano.
        E quando mai?
        Esigere a uno sponsor una lungimiranza del tipo “io sponsorizzo codesto sport, dunque devo impostare una strategia di medio-lungo periodo finalizzata al bene dello sport (si noti: non direttamente del mio marchio), poiché alla fine ciò ricadrà positivamente anche sull’immagine della mia azienda” è chiedere qualcosa che esula dal mondo capitalistico.
        Non lo fanno le aziende multinazionali, perfino del settore sportivo (quindi con ricaduta più diretta), figuriamoci la Vini Fantini.

        Una squadra tutta modernità e programmazione come Sky si è vista infilare un Cavendish che tecnicamente ci stava come i cavoli a merenda, anche per le ambiguità di una struttura che coincideva con British Cycling. I risultati li abbiamo visti. Chi è allora un modello di team, con “corrette” ingerenze dello sponsor, Omega Pharma? Gli americani nella Liquigas 2012 che impongono le corse USA anche in momenti della stagione poco opportuni? Che dire di… Leopard-Becca?!?
        Al confronto Di Luca è folklore locale, veramente la proporzione è… Santuccione vs. Ferrari (o Fuentes o Leinders).

        Se vogliamo dirla tutta ma proprio tutta, a questo punto la responsabilità è dei manager del team, il cui compito è (dovrebbe essere) negoziare adeguatamente con lo sponsor.
        Della serie: ci appioppate un Di Luca? Visto che siete pronti a sborsare “x” per lui, ce lo prendiamo volenti o nolenti; ma a questo punto, visto che non potete più raccontarci che non “ci sono soldi”, ci mettete anche qualche denaro in più per gli SRM, un ritiro collettivo, o quant’altro.

        Tra parentesi, ma siamo poi così sicuri che Scinto o Citracca volessero in squadra un allenatore in più? Magari un “professorino” che ha studiato, e non uno come loro che si sono formati all’università della strada, nel ciclo accademico fine novanta primi duemila tra l’altro…

        Saluti,
        G.

        • cyclingpro 2 Meses ago   Rispondi

          Riposta complessa la sua. C’è da riflettere, anche sulla reale volontà di Scinto & C. di avere un allenatore. Questo è un punto cruciale: quanti team manager o diesse italiani, francesi e belgi sono disposti a confrontarsi ALLA PARI con un vero allenatore?

    • Luciano 2 Meses ago   Rispondi

      Hai perfettamente ragione ecco perchè in Italia le cose vanno malissimo. Se una persona ti è simpatica allora tutte le giustificazioni del mondo, diversamente è un disonesto a prescindere.

  5. gabriele 2 Meses ago   Rispondi

    Se “condividiamo” (voi come autori, Roberti, e anche qualche lettore) che Di Luca sia persona intelligente, non c’è altro da dire che al ciclismo persone intelligenti non possono che fare bene.
    Se poi arrivate a condividere perfino che “più lucidamente ha capito i suoi errori”, allora dov’è il problema? L’età?
    Qualcuno ha nominato Garzelli, ma visto che voi citate Cipollini e i pasticci di OP, segnaliamo allora che Birillo quest’anno di anni ne farà trentasei, e correrà ancora da capitano (“leader silenzioso”, scusate) in una formazione ben più di spicco per il panorama italiano.

    E poi, come si parla degli errori di Di Luca, sarebbe il caso, per equità, di parlare anche degli errori (sanciti come tali dai tribunali preposti) di chi in più occasioni gli ha comminato “pseudosanzioni” di vario genere, a partire dall’esclusione dal Tour ai tempi della Saeco, per continuare con la vicenda della “pipì degli angeli”, con mancati inviti al Lombardia e non convocazione ai Mondiali. Una ricorrenza fastidiosa.

    Ah, ma Di Luca era dopato! Già, peccato che oggi salta fuori che questa affermazione fosse verificata per un numero di colleghi non indifferente, e su una scala di professionismo e organizzazione delle pratiche proibite giusto un tantino superiore al livello Santuccione e affini.

    Forse sarebbe ora di rendersi conto che negli ultimi quindici anni molto spesso non finiva nelle maglie dell’antidoping chi era più dopato, ma chi più scocciava (non certo meno dopato dei colleghi). E chi scocciava, proprio in quanto scocciatore, magari finiva pure fuori dai giri del doping che conta, quello protetto e tutelato fino all’ultimo…

    Detto questo, mi pare evidente che discutere l’opportunità dell’ingaggio di Di Luca tirando il ballo le vicende doping o la sua appartenenza al “vecchio” ciclismo (buono quello nuovo, marca “Bio Hazard”) sia fuori tema, a meno di non chiedere un’estromissione totale di atleti e tecnici afferenti a quel periodo, ipotesi che sarebbe legittima e interessante, ma che non vedo in questo pezzo.
    Altrimenti siamo al solito giochetto dei bersagli abituali e designati, il giochetto, guarda un po’, che ha contribuito a sostentare il sistema di marciume nel ciclismo in cui abbiamo vissuto e viviamo tuttora.

    Se vogliamo parlare del fatto che lo sponsor dovrebbe limitare le ingerenze tecniche, ben altro discorso: iniziamo però, in questo caso, a segnalare tutti i corridori che vengono ingaggiati perché hanno lo sponsor al seguito. Quello può essere un terreno di dibattito.

    Saluti, G.

  6. Alessio 2 Meses ago   Rispondi

    più che perchè…perchè no???
    vi faccio un esempio: non sono un vostro lettore, non vi seguo. Ma grazie al sol nome di codesto citato corridore ho aperto questa pagina. Muove ancora interesse. Ha sbagliato, ha pagato ed è rientrato. Come molti dei suoi colleghi che fino a ieri hanno vinto ed hanno un passato non propriamente limpido. Ma voi che non avete interesse a parlare di questi corridori, perchè a voi cosa cambia, mica vi fanno vendere di più…PERCHE’ non li ignorate come il Sommo Poeta ha insegnato tanto tempo fa?

  7. Andrea Collalto 2 Meses ago   Rispondi

    Per noi resterà sempre un campione, non capisco perché c’è l’avete tanto con Danilo che pure ha pagato e tanto, d’altronde come gli altri e pure sembra che sia l’unico a dare fastidio tanto alla RCS, ha fatto bene l’acqua e sapone che lo ha sponsorizzato, per la cronaca Danilo e sempre stato un vincente
    Grande Danilo sono con te

  8. loris 2 Meses ago   Rispondi

    Il ragionamento fila ma perche’ non lo avete fatto x Garzelli due mesi fa????

  9. francesco 2 Meses ago   Rispondi

    Probabilmente l’articolo dice anche la verità! Pero io mi chiedo:c’è sempre bisogno di girare il coltello nella piaga???? cominciamo a trovare cosa c’è di buono in questo sport e non criticarlo a prescindere!!!!!

  10. manuel 2 Meses ago   Rispondi

    SIETE DA DENUNCIA!! Ma perchè non fate articoli e parlate di tutti gli altri corridori prof che sono rientrati come DI Luca? Sono stati tutti nella stessa situazione, i vari Basso Pellizzotti, Scarponi per nn parlare degli stranieri. Ricacciate cose di 10anni fa su Di Luca, andate a controllare anche gli altri. DOPO AVER PAGATO OGNUNO HA DIRITTO DI RICCORRERE. LA LEGGE è UGUALE PER TUTTI, VEROGNATEVI!!!

  11. Andrea 2 Meses ago   Rispondi

    Ma avete sempre e comunque bisogno di criticare qualcosa o qualcuno….con tutti gli scandali di doping attuali, andare a tirar fuori gli scheletri dall’armadio, francamente vi dico, ma non avete di meglio da fare?…
    Con affetto

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