Ieri la confessione di Jesùs Manzano al processo per l’Operacion Puerto di Madrid ci ha fatto capire perfettamente la differenza tra “uomini e no” di fronte alla giustizia nei casi di doping. Manzano (oggi giardiniere) ha raccontato cose terribili di ciò che facevano Fuentes ma anche gli spietati dirigenti della sua Kelme, prendendosi ogni responsabilità di ciò che ha commesso e dipingendo un quadro perfetto del ciclismo spagnolo dell’”epoca Fuentes”. Ha anche spiegato come le sue confessioni gli siano costate emarginazione e tremende calunnie.
Se pensiamo a certi imbarazzanti siparietti dei processi “Ferrara” e “Bologna” di dieci anni fa ci vengono i brividi: corridori famosi che rinnegavano totalmente quanto confessato mesi prima ai carabinieri (“Avevo appena corso, ero sotto stress, mi sono sbagliato…»), altri che identificavano gli asterischi nelle tabelle di allenamento come prescrizioni di aminoacidi, vitamine, caramelle per la tosse.
Quello che ha detto Manzano ieri lo trovate oggi sulla Gazzetta nel puntuale reportage di Filippo Maria Ricci, oppure in questo notevole racconto (http://tinyurl.com/cnhvcdf) di Carlos Arribas su El Pais o in video su Marca.es Confrontatelo anche con i “io non ho visto e non ho sentito nulla” di Beloki, Osa e Nozal pronunciati ieri e il quadro sarà completo: uomini e no, appunto. In Spagna per adesso c’è Manzano, in Italia Simeoni e Bertagnolli.
Cambiando discorso (ma di poco), oggi anche Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, si è espresso decisamente a favore dei controlli a sorpresa nel suo sport, appoggiando la richiesta di esami sul sangue fatta ieri dalla Wada. Pare una cosa ovvia, ma nel calcio questo è un grande risultato.
Il momento per arrivare a una democrazia dell’antidoping sembra propizio, ma guai a sottovalutare l’ostruzionismo e il “conservatorismo” del calcio. Di fonte all’antidoping lo sport deve essere uguale. Nell’atletica il passaporto biologico sta creando crateri di vergogna, pur nell’indifferenza totale e colpevole della stampa. Noi vogliamo che con la stessa facilità con cui un ispettore medico della Wada bussa a casa di Contador o di Basso alle sette del mattino con il kit dei controlli in mano debba poterlo fare con Messi o Ibrahimovic. Utopia? Forse, ma arrendersi è un delitto.
PS
Ieri – come già accaduto – nell’aula di Madrid la giustizia spagnola ha fatto ridere: la traduttrice dell’esperto medico Schumacher dall’inglese all’iberico non capiva una parola… di inglese. Stesso discorso pochi giorni fa mentre parlava Basso. Imbarazzo e risate in aula. Ma si può?
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