Siamo al punto in cui la lettura mattutina dei quotidiani sportivi genera angoscia, pura angoscia. Oggi la Gazzetta dello Sport rende conto in maniera puntuale e documentata della video-deposizione di ieri di Ivan Basso al “Processo Puerto”, avvenuta da una caserma della Guardai Civil di Tenerife, dove il varesino si sta allenando con la squadra.
E’ successo questo: il legale di Manolo Saiz ha mostrato in udienza delle nuove carte che dimostrerebbero in maniera inequivocabile come la “versione di Basso” («Mi sono fatto togliere del sangue che non è mai stato reinfuso”) sarebbe poco attendibile. Dalle carte del triste Fuentes emergerebbe infatti non solo che la reinfusione sarebbe invece avvenuta – e diverse volte – ma anche prima del 2005 e accompagnata dall’uso di farmaci. Tutto da dimostrare, ovviamente, ma le carte sono pesanti e i sospetti paiono fondati anche perchè ci sarebbe traccia di pagamenti non dichiarati.
Angoscia quindi. Angoscia in noi, in chiunque ami Basso e/o questo sport martoriato, violentato, chiuso in un labirinto di mezze verità. Possibile che la confessione di Ivan davanti alla Procura del Coni non sia stata completa? Possibile che abbia omesso dettagli così importanti? E perché l’avrebbe fatto?
Ivan Basso – va detto – ha pagato la sua colpa con il massimo della pena: due anni di squalifica, scontati per intero. Oltre alla sanzione penale. Qualunque cosa avesse aggiunto alla sua confessione al Coni, la pena sarebbe stata quella.
Le domande sono tante. Perché nascondere parte della verità? Perché dobbiamo tornare sulla vicenda (Basso rischierebbe un’imputazione per spergiuro, secondo la Gazzetta) e farci del male quando un uomo come Fuentes (che ha dopato centinaia di persone) se la ride in udienza e non rischia nulla? E, soprattutto, quando usciremo da questo incubo?
Bassdo, Fuentes, Madrid, Operacion Puerto ANTIDOPING, CICLISMO & POLITICA, CORRIDORI
Forse più che la vittoria del Giro 2006 (specialmente adesso, nel processo attuale, quando di Giro ne ha vinto un altro e senza che Operación Puerto glielo possa levare), quello che importava e importa a Basso è di rimanere nel ciclismo.
Chi ha raccontato tutta la verità è stato espulso a calci dal sistema, e le verità sono state dichiarate “non gradite” dall’UCI (quando Jaksche si rivolse all’UCI per cooperare, si sentì rivolgere queste testuali parole, e nessune indagine fu avviate, anche se la polizia tedesca attestava che le parole del corridore erano del tutto fededegne).
Vogliamo fare qualche nome di corridori che hanno raccontato tutta la verità, o almeno una versione più profonda della stessa?
Manzano, attualmente giardiniere. Kohl, tornato alla professione di spazzacamino prima di aprire un negozietto di bici nella sua città. Jaksche, studente universitario di economia.
Come possiamo esigere che i corridori parlino se quel che accade dopo è che vengono ostracizzati, trattati come pazzi, paranoici, ingrati, e il loro futuro nel mondo del ciclismo si conclude lì?
Se poi addirittura le loro confessioni non servono a nulla?
Tanto più perché gli stessi appassionati ipocriti che chiedono queste confessioni, dal prezzo pesantissimo, preferiscono poi attenersi alla teoria generale delle “mele marce” invece che accettare la realtà: un doping endemico in tutto lo sport professionistico. Con che coraggio si condanna la gente che non parla, se le loro verità non le vogliamo sentire?!?
Saluti,
G.
La sua analisi è acuta e pertinente, Gabriele. La verità – amara – è che nel ciclismo (ma non solo) fino ad oggi chi ha ammesso completamente le sue colpe è stato emerginato senza pietà. Il problema non è naturalmente l’ammettere la colpa personale, quanto chiamare in correo soggetti terzi. Pensi a Simeoni, prima linciato, poi emarginato NON per aver detto che Ferrari dopava Amstrong ma semplicemente per aver ammesso che dopava lui. Il semplice link di secondo grado con il texano gli è costato la carriera e ha scatenato l’ira di colleghi che nela vicenda non c’entravano nulla. Costoro – nella loro rozzezza – avevano capito quanto destabilizzante potesse essere un comportamento del genere.
Basso? Ha scelto di sacrificarsi completamente e gliene va dato merito (poteva far finta di nulla e tirare a campare), ma ha puntato al minimo coinvolgimento possibile di esterni. Fuentes e basta. Chi li ha messi in contatto? Chi l’ha aiutato curando una logistica certo complessa, visto che si parla di viaggi internazionali? Anche Schwazer ha fatto lo stesso: ammissione totale e immediata ma nessun nome. Perchè chi fa i nomi, sportivamente parlando, muore. Come dice anche Bertagnolli, se tieni la bocca chiusa il sistema ti offre comunque la possibilità di rientrare (ti offriva, oggi è dura…), ma se dici solo una parola muori. L’eroe di un sistema del genere è Vinokourov, ammirato e osannato da tanti ancora oggi pur essendo un ex dopato pesante e di sicuro un personaggio non trasparente. Ammirato perchè era un gran corridore? No, perchè è uno perchè è uno che a domanda precisa non ammette nemmeno il suo nome e cognome.
Ricorderò sempre un siparietto in una delle trasmissioni di contorno del Giro, forse nel 2005 o nel 2006, quando qualche lacché incensava Riis presente di persona, arrivando a sproloquiare che un rapporto così intimo come quello tra Ivan e Bjarne era la vera garanzia per superare i problemi del doping, giacché il doping veniva inteso comunemente allora, come purtroppo da qualche anima bella ancora oggi, come un “tradimento” del subdolo corridore al povero direttore sportivo, che non mancava appunto di sottolineare come il fedifrago di turno gli avesse spezzato il cuore (già Ferretti su Frigo!). In questo ameno contesto, sarcastico nella migliore delle ipotesi e demenziale nella peggiore, spunta l’uscita memorabile per cui Riis non segue Basso solo sotto la doccia… ma forse forse anche lì.
E con queste premesse…?!? Nessuno, e dico nessuno mai, che abbia voluto ricordare ai protagonisti questo aneddoto per chiedere di tornare a commentarlo ex post.
Aggiungo solo una cosa su Vinokourov, a mio modesto parere un campione dotato di classe indiscutibile (oltreché dopato).
Secondo me – opinione personale che ahimé ho la sfortuna di condividere con quel brutto diavolo di Ferrari – la famosa positività al Tour 2007 fu una bufala, una manipolazione come ce ne sono state tante altre, pur se meno eclatanti (Mayo, Gusev, Vania Rossi…); e già nel 2006, pur non c’entrando lui nulla di nulla con OP, non lo fecero correre con acrobazie burocratiche vergognose (che ricordo in dettaglio ma non riporto per brevità). Con questo lungi da me dire che fosse una verginella, sono anzi convinto che si dopasse consapevolmente e senza alcuno scrupolo con l’atteggiamento descritto da Armstrong, come una parte normale del mestiere.
Appurato questo, non credo che si dopasse particolarmente più di parecchi altri, certo più degli artigianali di provincia o degli spiantati, ma molto meno di un Armstrong, non avendone le specifiche collusioni: anzi, proprio dal 2006, visto l’odio portatogli da ASO e UCI, credo che dovesse stare parecchio sul chi vive, con conseguente prudenza e strumentale “moderazione”. Senza, cioè, nemmeno il tacito assenso indiretto di cui lui stesso poteva godere, come altri, nelle fila di Telekom o con Saiz.
Lo stereotipo del sovietico alla Ivan Drago va un po’ soppesato sulle situazioni storiche reali: sostenere che in un sistema complice e corrotto, come ora sappiamo fosse l’antidoping degli ultimi vent’anni (almeno), un personaggio inviso ai pezzi da novanta si potesse dopare più largamente che la media è abbastanza azzardato.
Chiarito questo, io devo dire che in generale ho il massimo rispetto per chi si sacrifica per denunciare, ci vedo perfino qualcosa di eroico, ma non per questo mi sento di crocifiggere gli altri. Non sta certo a loro, che sono l’ultima ruota del carro, ripulire l’ambiente, soprattutto perché non ne hanno le leve di potere. Possiamo fare tutti i romanticismi del mondo, ma alla fine stiamo parlando di un conflitto, e in un conflitto chi ha meno tutele e coperture è sempre vaso di coccio. Non sarò certo io a esigere che un ciclista si rovini la vita per fare una denuncia che poi il resto dell’ambiente vedrà bene di affossare. Il controllo della salute pubblica non è delle “ronde di cittadini”, in questo caso i ciclisti, ma degli organismi preposti e acciò forniti di poteri. Se tali organismi seguono altre stelle polari, rinfacciare al ciclista è quantomeno ingeneroso, vista la realtà sempre più chiara che sta emergendo (e richiamo anche qui l’invito a leggere la deposizione odierna di Manzano).
Saluti, G.
Perche’ nascondere la verita’? Per restare il vincitore del Giro 2006, eccetera eccetera. E anche perche’ sembra che per qualcuno dire la verita’ sia proprio un peccato mortale.