Come (e quando) i medici del ciclismo hanno scoperto che le flebo fanno male.

Quando – più o meno tre anni fa – la Wada (su pressione dell’Uci) mise al bando le flebo (infusioni è il termine tecnico) – qualunque sostanza esse contenessero, acqua di fonte compresa – i medici del ciclismo minacciarono la rivolta. Da decenni la maggior parte di loro – soprattutto nelle corse a tappe – sparava soluzione fisiologica, esafosfine e altro (in genere disintossicanti o aminoacidi) nelle vene dei corridori per facilitarne il recupero dopo la corsa. Chi bazzicava nelle stanze degli atleti nel tardo pomeriggio – una volta si usava… – poteva scambiarle per stanze di ospedale. Noi ricordiamo perfettamente un’intervista con due cacciatori di classiche belghe –oggi direttori sportivi di discreta fama – in un albergo di Gand, entrambi con le cannule in vena.

«Se ci togliete le flebo» dicevano i medici all’unisono tre anni fa «mettete a rischio la salute dei nostri atleti perché la reintegrazione solamente per via orale è impossibile». Wada e Uci resistettero e le flebo venero ammesse solo in caso di patologie conclamate e in ambulatorio e ospedale.

E adesso? Tre anni dopo Massimo Besnati, medico della Katusha e decano dei dottori italiani del ciclismo, ci dice: «Sono felice di ammettere che avevamo preso un granchio. Da quando non usiamo più le flebo non solo non si sono verificati problemi, ma la salute dei corridori è migliorata. Non vedo più gli atleti gonfi e “gialli” che vedevo una volta. Credo di aver individuato il motivo: gli aminoacidi e i disintossicanti che secondo noi reintegravano in realtà sovraccaricavano così tanto il fegato da provocare più disagi che altro. A capirlo ci siamo arrivati quando ci hanno tolto le flebo contro la nostra volontà, ma come medico non posso non essere felice del risultato».

Quando da un divieto nasce la consapevolezza di fare un passo avanti in termini di salute generale, tutti noi che amiamo il ciclismo dovremmo essere più felici.

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