C’è grande attesa per la partenza del Giro. Le venti squadre sono tutte arrivate, il percorso del cronoprologo, che assegnerà la prima maglia di leader, è già ispezionabile, e tanti giornalisti sono pronti a raccontare la corsa su tutti i media possibili.
Ma il Giro non è quello d’Italia. E’ il Tour dell’Azerbaijan Under 23, che scatta martedì prossimo da Baku. Un evento davvero storico: nella repubblica dell’Asia transcaucasica non solo non si era mai disputata una grande corsa a tappe ma – di fatto – non si organizzava un evento di ciclismo da vent’anni. Il Paese (una repubblica affrancata dall’Unione Sovietica nel 1991, considerata ancora “non democratica” dalle organizzazione internazionali per i diritti civili ma appena ammessa all’Onu) sta cercando di normalizzare i suo rapporti con il mondo esterno e crede che una corsa ciclistica sia un buon modo per farlo.
Tra i team al via ci sono le nazionali turche, russe, bielorusse, kazake, moldave, australiane. Presenti anche la rappresentativa Uci e un team italiano: la Hoppla Wega guidata dagli ex pro Forconi e Borgheresi.
Il tracciato prevede cinque tappe: un cronoprologo, tre frazioni in linea (la quarta arriva nell’antica città di Qabala) e il circuito finale nella capitale Baku. Gli organizzatori prevedono tanta gente sul percorso: due dei nove milioni di azeri vivono nella capitale.
Molti osservatori e critici italiani non amano la «globalizzazione» nel ciclismo perché, a dir loro, sposta interessi e capitali verso luoghi che non hanno tradizione a dispetto dei Paesi in cui il ciclismo ha o avrebbe «radici storiche». A noi invece eventi come Tour dell’Azerbaijan piacciono moltissimo: pur con tutti i rischi di strumentalizzazione del caso, l’idea del ciclismo come ambasciatore di normalizzazione ci sembra bellissima. E’ uno sport che porta ragazzi di tutto il mondo sulle strade, tra la gente. Facendo vedere anche a loro un mondo diverso.