L’ha salvato la neve. Per ora, almeno. Oggi, con ogni probabilità, Riccardo Riccò avrebbe visto scendere la parola fine sul movimentato film della sua carriera agonistica. Ma la bufera di neve che imperversa su Roma ha impedito ad alcuni membri del Tribunale Nazionale Antidoping e ai periti di parte di arrivare allo Stadio Olimpico costringendo il Coni a un rinvio dell’udienza finale a data da destinarsi. Ma il destino del modenese sembra segnato: radiazione o squalifica lunghissima (dai sei ai dodici anni) per essersi sottoposto a emotrasfusione. Seconda, fatale trasgressione dopo essere già stato condannato (a due anni) per la positività al Cera nel 2008.
Oggi sulla Gazzetta dello Sport Luigi Perna ha anticipato con molta precisione le ragioni dei periti dell’accusa (che appaiono fondate) e le flebili e tardive risposte della difesa. Stiamo a vedere quello che deciderà il Tna.
Riflettiamo però sull’incredibile giornata del 5 febbraio 2011, quella in cui il corridore vide in faccia la morte. Perché quale che sia la versione accettata dai giudici, in quella giornata è descritto perfettamente il carattere di Riccardo Riccò, l’irredimibile.
Dunque, il 5 febbraio Riccò prende il suo grosso Suv e percorre ad alta velocità i 200 kilometri che separano la sua Serramazzoni (Modena) dal Mapei Sport Center di Castellanza (Varese), dove Aldo Sassi (scomparso per tumore tre mesi prima) lo aveva accolto nell’autunno 2010 in una sorta di percorso di redenzione verso un ritorno alle corse guidato e certificato. A Castellanza Riccò si sottopone a un test e al prelievo di sangue per la determinazione della massa di emoglobina, prelievo che l’atleta aveva concordato con Sassi e che in qualche modo “garantisce” il Centro rispetto alla “pulizia” dell’atleta. Poi risale in macchina e torna verso sud guidando per altri duecento kilometri.
Qui la storia prende due possibili strade. Quella di Riccò: ho guidato verso Torriana (Rimini), il paese della mia fidanzata/convivente, mi sono allenato, nel tardo pomeriggio mi sono fatto da solo un’infusione/flebo di ferro (avevo valori bassi di ferritina), poi ho guidato verso Serramazzoni (cento kilometri) e la notte mi sono sentito male. Quella degli inquirenti: Riccò ha guidato verso Serramazzoni (il suo cellulare, usato tantissimo quel pomeriggio, non segnala mai presenze a Rimini), si è allenato, si è fatto una trasfusione di sangue mal conservato o a casa sua o a casa (e con l’assistenza) di qualcuno non ancora identificato e nella notte si è sentito male.
Contrò Riccò ci sono otto testimoni (medici e infermieri) e parecchi periti di parte oltre al fatto che la tesi dell’infusione di ferro (comunque proibita e non supportata dai valori rilevati al ricovero) è stata tirata fuori con sei mesi di ritardo.
Del suo destino sportivo deciderà a breve il Tna, su quello giudiziario tra qualche mese il Tribunale di Modena. Quello che a noi sembra scioccante (comunque siano andate le cose) è la velocità folle a cui questo ragazzo consumava la sua vita: in poche ore 500 kilometri in macchina, un test per garantire la sua “pulizia” (che adesso è difficile non giudicare offensivo verso la memoria di Aldo Sassi), quattro ore in bici, un’infusione o una trasfusione fai-da-te, la sala rianimazione. Chissà se adesso – o dopo la sentenza – Riccardo Riccò avrà la testa e l’umiltà per frenare e fermarsi a riflettere su quello che ha fatto.