La presentazione è avvenuta in pompa magna. Lo slogan è di quelli accattivanti. Gli organizzatori di Londra 2012, con Sebastian Coe (presidente del Comitato dei Giochi) in testa vogliono che quella inglese del prossimo agosto sia «l’Olimpiade più pulita dell’era moderna». Si tratta di una intenzione ammirevole, che però non si discosta molto da altre frasi già sentite spesso anche nel mondo del ciclismo, quando prima del via del Giro d’Italia o del Tour de France, i responsabili delle corse dicono proprio la stessa cosa (ed è, invece, molto spesso successo che ci siano stati problemi con molti atleti). Certo, il comitato organizzatore di Londra (Logog) ha messo in campo ha messo in campo enormi risorse finanziarie. Si parla addirittura di un contributo di 20 milioni di sterline (24 milioni di euro) da parte della GlaxoSmithKline, multinazionale farmaceutica che sponsorizza il programma antidoping della prossima Olimpiade. A Londra è stato impiantato un enorme laboratorio capace di lavorare a tempo pieno e di effetuare 400 test al giorno su 240 sostanze proibite e di concludere eventuali controanalisi nel giro di 48 ore. In questa struttura di eccellenza lavoreranno circa 150 persone, dirette dal professor David Cowan. Se ad Atene 2004 furono effettuati 3500 controlli e a Pechino 2008 furono 4770, per Londra si parla di sottoporre ad esame almeno 6200 atleti, più della metà di quelli che parteciperanno ai Giochi. Naturalmente sono previsti anche molti controlli a sorpresa. Ed è proprio su questo aspetto che si è subito creata la polemica. L’ha lanciata il professor Sandro Donati, consulente della Wada. L’ex dirigente Coni ha dichiarato alla Gazzetta dello Sport che proprio «i test a sorpresa sono una sceneggiata. Perché dovrebbero essere effettuati nei mesi precedenti la prestazione, quando gli atleti preparano le gare. Nei giorni dell’Olimpiade sono quasi inutili, perché gli atleti non sono così stupidi da assumere sostanze dopanti in quel periodo». Ma Donati insiste e allarga il tiro: «La seconda considerazione è che ci sono tanti farmaci che possono essere presi ventiquattro ore prima della gara e che spariscono in fretta. È il caso degli stimolatori endogeni del testosterone e del gh. Tu non prendi il testosterone o Gh, ma prendi farmaci che stimolano quegli ormoni. E poi non dimentichiamo che lo sport ha rimosso la storia della Balco. Era molto semplice: avevano modificato un anabolizzante in una molecola per non renderlo riconoscibile nei test delle urine. Lo chiamavano clear, chiaro, perché era “pulito”. Se lo faceva un piccolo laboratorio californiano, immaginate strutture più grandi».
Le parole di Donati hanno avuto una sponda “ufficiale” di grande peso, quella di Jacques Rogge. Il presidente del Comitato olimpico internazionale non si fa illusioni. Sa che il doping ha sempre fatto la storia dei Giochi e teme che l’idea che non ci possano essere casi del genere a Londra sia solo una speranza».
Alla fine è doveroso porsi alcune domande. Ma se neanche un tale spiegamento di forze e mezzi finanziari serve a dare la certezza di una competizione pulita dobbiamo ammettere che la battaglia non sarà mai vinta? E poi: se si criticano i tempi dei controlli a sorpresa, quanto di questo impianto londinese è stato realizzato a fini mediatici e quanto per combattere capillarmente la piaga del doping? Se questo grande lavoro fosse finalizzato solo a garantire una immagine di pulizia (ipocrita) al breve periodo dei Giochi sarebbe l’ennesima battaglia persa, un progetto miope che trascura i tempi lunghi del prima e del dopo la competizione olimpica. È proprio prima e dopo che la battaglia è più difficile, quando si spengono i riflettori dell’evento e chi bara ha spazio e tempo di lavorare nell’ombra e (forse) senza ostacoli.
antidoping, Donati, doping, Londra, Olimpiade, Rogge ANTIDOPING