LA RAI (GARZELLI) E IL CAMPIONATO ITALIANO

Sabato 28 giugno, campionato italiano professionisti su strada in linea, da Legnano a Torino. Una corsa bella e avvincente, con un grandissimo Nibali trionfatore. Una corsa che ha provocato un terremoto sui social network. Il motivo? La telecronaca in diretta andata in onda su Rai 3. Le opinioni su quella cronaca sono state varie e con toni spesso violenti, noi qui ci limitiamo a esprimere quello che ne pensiamo noi.

Per quasi due ore, i commentatori (De Luca giornalista, Garzelli “spalla”) hanno faticato tra nomi travisati o sbagliati, distanze progressive di gara non comunicate, incapacità di raccontare storie e profili di atleti poco conosciuti ma in prima linea in corsa, come sempre accade al Campionato Italiano dove si mettono in mostra corridori che non si vedono mai nelle corse del calendario maggiore. La grafica è stata inesistente (dai ritardi degli inseguitori alle classiche finali), le interviste del dopo corsa (il solo Nibali) sono andate in onda una quindicina di minuti dopo la fine. E molto altro, compresi i commenti di Max Lelli che continuiamo a giudicare di grandissima modestia. L’abbiamo scritto: una delle cronache più povere che ci sia mai capitato di vedere. In realtà un prodotto in linea con quanto offre la Rai quando manca il professionale terzetto Pancani-Martinello-Di Stefano: prodotti editoriali spesso imbarazzanti per un pubblico ormai abituato a comparare quello che offre la tv di stato con i prodotti stranieri. Come ha scritto il critico del Corriere Aldo Grasso, Eurosport spesso surclassa la Rai per qualità di prodotto e, aggiungiamo noi, non solo nel commento italiano. Se poi qualcuno ha seguito BeIN Sport che ha commentato in Francia il Giro (c’era Roberto Damiani come opinionista) si è reso conto di come si lavora fuori dall’Italia. E mentre ci difendiamo sui grandi eventi (Giro e Tour), produciamo spesso cose imbarazzanti nelle corse minori o con i cosiddetti giornalisti di spalla. Vedere al Giro un cronista che apostrofa con un “How do you do?” un corridore inglese dopo il traguardo per chiedergli com’è andata (ricevendo ovviamente in replica un divertito «How do you do?») non può che far incazzare chi considera la tv di stato un mezzo di pubblica cultura e ricorda che tutto questo si paga con denaro pubblico.

Sul lavoro della Rai a Torino abbiamo espresso anche un’osservazione specifica. Negli ultimi chilometri la lotta per la vittoria, Diego Ulissi a parte, è stata ristretta tra Francesco Reda e Vincenzo Nibali. Nibali è uno degli sportivi in assoluto più famosi d’Italia, Reda è sconosciuto ai più e soprattutto a un pubblico generalista come quello di Rai 3 o come quello che Rai 3 dovrebbe intercettare e informare se facesse davvero cultura sportiva. Beh, in cronaca non una sola parola per dire chi è questo Reda che sta battendosi alla pari con Nibali e cosa rappresenta il totalmente sconosciuto Team Idea per cui l’atleta corre. Un giovane talento? Un carneade? Chi è Reda, che senza Nibali oggi sarebbe campione italiano? E’ giornalismo questo? No. E perché la Rai ha taciuto su Reda? Per sciatteria lavorativa o per evitare di dire che Reda manca da un paio d’anni dalle corse per problemi di doping, per una vicenda nemmeno troppo chiara in cui il ragazzo avrebbe anche potuto essere vittima e che gli è costata un posto in squadra nel ciclismo di alto livello? Non lo sappiamo e sarebbe bello che ci rispondessero i due cronisti. E’ giornalismo non sapere e non comunicare per oltre un’ora quanto manca all’arrivo, cosa fondamentale in un finale di corsa? E’ giornalismo confondere un corridore seriamente feritosi con un altro, senza aver verificato la notizia?

Le nostre critiche (comunicate in prima battuta via Twitter, con la sintesi che Twitter purtroppo richiede) è stata espressa in questo modo:

@cyclingpro «Oggi in un gran bel campionato italiano abbiamo visto una delle peggiori telecronache della storia».

Ne eravamo e ne siamo convinti.

Stefano Garzelli sulla nostra opinione si è espresso prima con ironia pesante, poi cambiando decisamente tono, con messaggi come quello qui sotto:

Stefano Garzelli @StefanoGarzelli

«@cyclingpro pensa al tuo lavoro che io penso al mío!che di c…. ne scrivete piu di una!Buona domenica e viva il ciclismo pedalato!»

Un tweet che, assieme a tutti gli altri, più tardi Stefano ha cancellato lasciando solo i tweet dei fans che gli manifestano sostegno. Noi non abbiamo cancellato i nostri, non ce ne vergogniamo. Lui sì.

Per sgombrare il campo dagli equivoci, vorremmo dire che abbiamo stima e simpatia per Stefano Garzelli. E’ una persona perbene, parla un buon italiano e nel suo ruolo standard – “analista” in studio – ha una visione di corsa interessante. Non ha la profondità che aveva Cassani e nemmeno l’occhio acuto di Savoldelli. Ma è bravo e può migliorare. Ed è per questo che la sua reazione sprezzante e volgare ci ha spiazzato: se si sbaglia, se si fa un cattivo lavoro si chiede scusa. Se altrimenti si è convinti di essere dalla parte della ragione, si spiegano le proprie, di ragioni. Che potrebbero essere più valide delle nostre. Tanto più se si ha la fortuna, il privilegio di lavorare per il servizio pubblico.

Naturalmente Garzelli non può farsi carico da solo della debolezza del servizio giornalistico Rai. Ma alcune cose potrebbe farle. La prima è essere più informato sugli atleti in corsa. Davide Cassani, quando “giocava nel suo ruolo”, la mattina andava alle partenze e annotava il colore di scarpe, caschi e calzini idei corridori per identificarli meglio. Silvio Martinello, quando si tratta di esprimere un giudizio critico motivato su un corridore o una squadra o di parlare di un fatto “scomodo”, lo fa senza tanti problemi. E’ uno dei suoi pregi. Essere un ex corridore non vuol dire continuare a galleggiare in quel mare di silenzi e omissioni che circonda sempre i temi un po’ scabrosi e che rischia di deformare anche la cronaca di una corsa. Su Reda bastavano due frasi per cambiare totalmente spessore al racconto: «Reda è un ragazzo calabrese di 33 anni rientrato da pochi mesi alle corse dopo due anni di squalifica, per un controverso controllo antidoping mancato. Per adesso ha trovato solo un piccolo team Continental, magari con questo risultato potrà tornare in una squadra di buon livello». Sui chilometri che mancavano all’arrivo bastava dare a Lelli un Garmin per controllare il progressivo. E’ così difficile, Stefano?

IL “MOTOR-FROOME” DI SKY NON VA IN GARAGE (TOUR DE FRANCE -18)

Dunque è ufficiale: al Tour de France anche Chris Froome non dormirà negli alberghi del Team Sky ma nel motorhome extra lusso sperimentato con successo (??) da Richie Porte al Giro d’Italia. Dave Brailsford crede nelle sue scelte (la scelta del van è sua, non del corridore: l’ha precisato The Principal al Giro) e non intende cambiare idea nemmeno dopo i pesanti sfottò subiti a maggio. Il motorhome seguirà Sky in giro per la Francia piazzandosi o nelle aree interne dell’albergo (dove possibile) oppure semplicemente sulla strada e l’ottimo Froome ci riposerà dentro.

Ora, la maggior parte dei commenti sulla scelta di Sky (e di Froome e di Porte) si è concentrata su questioni come la reperibilità in caso di controlli antidoping e sulla sicurezza dell’atleta. Il primo punto è facilmente superabile (nessuno obbliga un corridore a dormire in stanza, almeno per ora) mentre nel caso del secondo Brailsford ha assicurato che nessuno potrà mai disturbare gli atleti protetti da un (discretissimo, almeno da quello che abbiamo visto al Giro) sistema di sicurezza privato.

Resta in piedi totalmente, a nostra opinione, l’aspetto psicologico. Dormire separatamente dalla squadra significa porsi in una posizione di privilegio rispetto ai proprio compagni differente da quelle che si verificano in qualunque sapore di squadra. A Ronaldo o Messi, ad esempio, nessuno si sognerebbe mai di assegnare una suite se i compagni hanno una camera normale. Le motivazioni di Sky (maggiore igiene – ricordiamoci che durante la vita guidata a Civitanova ai giornalisti sono state fatte disinfettare le mani prima di entrare nel van – e possibilità di dormire sempre nello stesso letto) si scontrano contro una logica di “fare gruppo” che invece viene giudicata fondamentale in uno sport come il ciclismo dove le difficoltà si superano anche la sera a tavola o in camera. Molti corridori (gli Astana su tutti) si trovano la sera o in camera o sul bus per chiacchierare e stemperare la tensione: sono ragazzi e in un mese di fatica estrema hanno bisogno di vivere come ragazzi. Se uno comincia ad avere la sala da pranzo non nell’albergo ma in un bus “sterile” (lo fa Sky) e poi ad andare a dormire in un van privato, ecco che dei “marginal gains” che saranno indubbi dal punto di vista batteriologico potrebbero non esserlo affatto da quello psicologico. Immaginate di chiudervi da soli nel bus dopo una stangata in gara, senza poter fare quattro chiacchiere con un compagno. Sano batteriologicamente, non sappiamo se anche valido come supporto morale.

Dal recente divorzio tecnico tra British Cycling e Team Sky sono emersi alcuni elementi interessanti. Ad esempio che la federazione non si serve più dello psichiatra Peters, che curava l’aspetto motivazionale. Pare che i suoi metodi fossero troppo estremi per la maggior parte dei corridori. L’errore di Sky forse è questo: pensare di aver a che fare sistematicamente con superuomini dal punto di vista mentale. Lo era sicuramente Bradley Wiggins, lo è stato, forse per un periodo, Froome. Per persone più normali servono probabilmente metodi più normali. E forse anche stanze d’albergo standard, da dividere con i compagni.

GIRO D’ITALIA, 19ª TAPPA: ARU (E IL CICLISMO ITALIANO) IN PARADISO

Tre pugni fortissimi sul manubrio e urla selvagge, quasi sguaiate di gioia sul traguardo: immagini di meravigliosa scompostezza. A Cervinia, in un colpo solo, Fabio Aru vince la sua prima tappa in questo Giro d’Italia e si riprende il secondo posto in classifica generale spodestando il compagno Mikel Landa. Aru ha recuperato anche 1’20” sulla maglia rosa Alberto Contador, che non ha reagito all’allungo del sardo a cinque chilometri dal traguardo. Nessun problema fisico (Contador come sempre dava l’impressione di passeggiare in salita) ma una precisa scelta tattica: “punire” il connazionale Mikel Landa (il rapporto tra i due spagnoli non è straordinario) che ovviamente non poteva inseguire il compagno Aru per fargli (appunto) perdere il secondo posto in classifica. Adesso (quando manca solo il tappone del Colle delle Finestre per definire la classifica generale) Contador ha 4’37” di vantaggio su Aru e 5’15” su Mikel Landa. Il costaricano Andrei Amador ha perso ancora terreno e adesso è lontanissimo a 8’10”. Insomma, il podio sembra davvero definito, con un Contador che è parso molto contento per la vittoria di Aru (e, secondo noi, per la beffa giocata al poco amato Landa).

Per Fabio Aru questa è la seconda tappa vinta al Giro d’Italia, dopo la Valdengo – Plan di Montecampione del 2014. «A me nella vita non è mai venuto nulla facile». Così si è raccontato Fabio Aru, al termine giorno più bello della sua carriera “assieme a quello di Montecampione del 2104, perché la prima vittoria è un’emozione incredibile. Dai giorni persi a scuola per andare a gareggiare (con la promozione recuperata all’ultimo minuto), all’”emigrazione” prima in Toscana e poi a Bergamo per provare a fare la vita del ciclista alle tante sconfitte subite in carriera, Aru ci ha ricordato quanto per lui è stato duro questo primo scorcio di carriera. «Per una ragazzo è facile pensare di partire e cambiare vita, ma quando stai da solo lontano da casa tutto è durissimo» ha concluso il ragazzo sardo.

CONTADOR: ECCO COME L’UCI CONTROLLA LA SUA BICI PER CERCARE IL “MOTORINO”

C’è davvero un motorino nella bici di Alberto Contador? E’ davvero così folle un ciclistico professionista di altissimo livello come lui da rischiare carriera e faccia infilando un motore nel telaio o nelle ruote o non sappiamo dove per staccare gli avversari?

Noi continuiamo a pensare di no. Secondo l’Uci, invece, assolutamente sì. Non a caso nel rapporto della Commissione Indipendente per la Riforma del Ciclismo (CIRC) all’argomento è dedicato un capitoletto molto allarmante.

«The Commission was told of varying efforts to cheat the technical rules, including using motors in frames. This particular issue was taken seriously, especially by top riders, and was not dismissed as being isolated. Other forms of cheating were explained, relating to frames construction, saddle specifications, and the wearing of illegal clothing and apparel. One interviewee alleged that another had heated a cycling track to elicit an advantage to the home team, by enabling them to use more advantageous tyres».

Insomma, serie evidenze che qualcuno usi le bici a motore che derivano da testimonianze precise e dettagliate. Eppure, fino ad oggi, nessun atleta (professionista o no) è mai stato beccato con le mani nel sacco.

Sui motorini abbiamo letto decine di articoli. Il succo è che la tecnologia è così sofisticata (e costosa, si parla di decine di migliaia di euro a bici) che solo controlli sofisticatissimi possono smascherarla: dagli scanner alle Tac alla rilevazione di frequenze radio. Questo dovrebbe fare l’Unione Ciclistica Internazionale per essere al passo con chi bara.

Lo fa veramente l’organismo presieduto da Brian Cookson? Beh, guardate il video che vi proponiamo. Sei ispettori Uci sono piombati a Verbania per un controllo a sorpresa sulle bici del Giro d’Italia, controllo annunciato tre chilometri prima del traguardo. Obbiettivo principale dei controlli la bici di Alberto Contador (la Specialized Tarmac col numero 201) “sigillata” subito dopo il traguardo e portata per un controllo “sofisticatissimo” in una tenda il cui accesso è interdetto a tutti tranne che agli ispettori dell’Uci. I controlli Uci sono blindati e segretissimi perché, spiegano da Aigle, la federazione internazionale non vuole rivelare come cerca i motorini per non dare vantaggi ai bari.

Beh, il video evidenza i segreti dei controlli Uci. Al posto degli scanner ci sono un martello e una chiave inglese. E a controllare un ispettore distratto che nemmeno fa lo sforzo di piegarsi per dare un’occhiata ai tubi. Se c’è un modo di NON TROVARE un motorino è quello utilizzato dagli ispettori Uci a Verbania.

GIRO D’ITALIA, 18ª TAPPA: CONTADOR S’INCAZZA (E VOLA), DA GILBERT UNA LEZIONE DI CLASSE

Veleni che fanno spettacolo. Sul Monte Ologno – ennesima scoperta del Giro d’Italia in terra piemontese, salita davvero dura – Alberto Contador restituisce ad Astana il “favore” del Mortirolo. Dopo la (misteriosa?) foratura sulla discesa dell’Aprica Landa ed Aru non l’avevano aspettato, qui lo spagnolo non ci pensa proprio ad aspettare Landa – caduto prima della salita– e attacca l’Ologno a tutta già con un buon vantaggio. Tra Tinkoff e Astana è guerra aperta. A quel punto si teme davvero che lo spagnolo prenda il largo e i due “kazaki” affondino.

La corsa è strana, falsata anche dall’inaffidabilità dei Gps che rilevano i distacchi. Contador – prima solo, poi in tandem col redivivo Hesjedal – sembra salire molto più forte degli avversari. Alle sue spalle Aru ed Landa paiono cedere il passo. Il ritardo ha oscillazioni strane e repentine, tra i 50” e i due minuti. Astana corre bene: Landa in un primo momento è solo ma quando rientra sul gruppetto di Aru (con cui è rimasto Kangert) i due lavorano bene assieme.

Davanti, intanto, magnifica azione di Philippe Gilbert che a venti chilometri dal traguardo lascia il gruppetto dei fuggitivi (tra loro Bongiorno, Busato, Nocentini: bravissimi) e vola verso il traguardo. Gilbert vince la sua seconda tappa e offre una straordinaria lezione di serietà professionale a tutti i big che vengono in Italia per fare turismo o programmano con largo anticipo il loro ritiro dalla corsa.

Sul fronte classifica, alla fine il vantaggio di Contador su Landa e Aru (ma anche Amador) è di 1’13”. Non tantissimo per come si erano messe le cose a inizio Ologno, quanto basta per spingere i primi due rispettivamente a 5’15” e 6’05” in classifica generale. Amador è a 7’01” e può ancora insidiare il doppio podio Astana. Ci sono due tappe per tenerlo a bada.

Brutta davvero la giornata di Damiano Cunego: cade su un tombino dissestato e si rompe la clavicola. E’ l’ennesimo sfortunato/infortunato di questo Giro.

GIRO D’ITALIA, 17ª TAPPA: MODOLO BATTE TUTTI (ANCHE IL TEMPO MASSIMO SUL MORTIROLO)

Sacha Modolo fa il bis: dopo Jesolo il 28enne velocista veneto conquista, a Lugano, la sua seconda tappa al Giro d’Italia e affianca Mikel Landa nella classifica dei plurivincitori dell’edizione 2015. Tappa breve, con un finale contorto tra Italia e Svizzera governato perfettamente dal mini treno della Lampre (Richeze e Ferrari) che ha portato Modolo in carrozza sul rettilineo finale, recuperando l’attacco di Luca Paolini e permettendogli di fulminare Giacomo Nizzolo e Luka Mezgec. Per la Lampre Merida (l’italianissima squadra di Modolo) si tratta del quarto successo in questo Giro.

La ruota più veloce del Giro d’Italia è quindi il trevigiano Sacha Modolo. Qualcuno minimizza la portate delle sue vittorie: al Giro, dicono i maligni, grandi velocisti latitano: o sono a casa (Cavendish, Kittel, Bouhanni, Degenkolb) o si sono ritirati come Greipel. Sacha (le sue sono state le conferenze stampa più divertenti e vere del Giro) non se la prende: «Non mi preoccupo degli altri, se hanno obbiettivi diversi sono problemi loro. Bisogna pedalare per sapere cosa significa per un velocista correre il Giro. Nella tappa del Mortirolo sono riuscito a tenere le ruote del gruppo soltanto per i primi 1.550 metri, li ho misurati con il computer di bordo. Negli altri 170 chilometri siamo rimasti in coda io, Viviani, Nizzolo e il tempo massimo. Sul Mortirolo a un certo punto si è sparsa la voce che eravamo fuori tempo massimo e ci ha preso il panico. Poi invece siamo arrivati all’Aprica addirittura in anticipo. E ci ho messo 50 chilometri per sciogliere le gambe dalla fatica che avevo fatto».

Modolo non merita il titolo di “primo degli presenti”. Ventotto anni, talento purissimo e vincente fin da bambino. Alla prima esperienza in una grande corsa, per poco non conquistò la Milano-Sanremo. Era il 2010, si gridò subito al nuovo Cipollini. L’eredità pesante l’ha bloccato per quattro stagioni: solo piazzamenti nella corse importanti, vittorie tante ma solo in improbabili corse minori: Cina, Turchia, Argentina. Ora che la Lampre gli ha regalato il treno, lui comincia a carburare. E adesso? Il Tour? «E chi ce la fa? – spiega – ho già 70 giorni di gara e devo tirare avanti fino a ottobre. Se corro il Tour è finita. L’anno prossimo, magari».

 

GIRO D’ITALIA, 16ª TAPPA: CONTADOR & LANDA SI PUNZECCHIANO IN CORSA E FUORI

Il Mortirolo non tradisce. È proprio sulla salita più dura della penisola che il Giro rompe ogni schema e offre grandissimo spettacolo. Nella Pinzolo-Aprica vince il basco Mikel Landa, 25 anni, gregario fidato di Aru all’Astana, a cui il sardo lascia via libera proprio sul Mortirolo, quando si accorge di non essere in grado di tenere le ruote di uno scatenato Contador. Landa (alla sua seconda vittoria in questo Giro) aggancia con facilità la maglia rosa (che sale assieme al sorprendente olandese Kruijswik) e la stacca a 3 chilometri dall’ arrivo, andando a strappare la seconda posizione in classifica generale proprio ad Aru e dando l’impressione di essere sui livelli di Contador.

Un Contador che ha dato spettacolo sul Mortirolo, alla cui base è arrivato con 50” di ritardo da Aru, a causa di una foratura nella discesa precedente, foratura che ha creato polemiche perché Astana non avrebbe rispettato il codice non scritto di cavalleria del ciclismo, tirando il gruppo a tutta per rendere più difficile il rientro della maglia rosa che ha impiegato quattro chilometri per riprendere e saltare Aru.

Fabio Aru, arrivato a tre minuti dal vincitore, è ora terzo in classifica generale (a 4’52”) e sente sul collo il fiato del quarto, il costaricano Amador che oggi gli ha rosicchiato una trentina di secondi. Sul traguardo il sardo ha ammesso di aver vissuto una delle giornate più critiche della carriera. A questo punto Astana si trova nella scomoda posizione di dover/poter attaccare Contador con Landa (4’02” di distacco tra gli spagnoli) ma anche di dover difendere il terzo posto di Aru.

Nelle conferenze stampa finali, botta e risposta al veleno tra Contador e Landa.

Contador, punzecchiato dal giornalisti a proposito dell’attacco di Astana in discesa dopo la sua foratura: «Non mi interessano le polemiche, ma dopo questa tappa non credo che Fabio Aru possa essere contento».

Landa: «Nessun dialogo con Contador in corsa: ha parlato con Kruijswik che voleva far vincere perché ha lavorato per lui».

Contador, a cui viene chiesto se considera il connazionale Landa una grande speranza per il futuro del ciclismo spagnolo: «Va forte, ma per capire se è un grande bisogna vedere cosa combina nelle altre corse».

Landa: «Sarebbe bello che Fabio stesse bene per poter attaccare assieme Contador». Insomma, aria di battaglia.

 

 

GIRO D’ITALIA, 15ª TAPPA: CONTADOR PADRONE. GLI ALTRI SI INCHINANO

«Contador è stato decisamente il più forte». Con questa frase Beppe Martinelli, il direttore sportivo di Fabio Aru, riassume perfettamente sul traguardo di Madonna di Campiglio l’esito della prima vera tappa di montagna del Giro d’Italia. Attaccato a ripetizione da quattro gregari di Aru sull’ascesa finale, lo spagnolo (come sempre lasciato solo dai suoi compagni: sull’inconsistenza della Tinkoff ci sarebbe da discutere a lungo) ha mantenuto calma assoluta. Poi, a due chilometri dal traguardo, il Pistolero è scattato mettendo ripetutamente in difficoltà Aru prima di concedere graziosamente la vittoria al suo connazionale Mikel Landa, gregario del sardo, che ha perso altri tre secondi dalla maglia rosa nello sprint per il terzo posto. Contador è il padrone assoluto del Giro: pur circondato da gregari non all’altezza della situazione, in salita ha un’altra marcia. L’unico argomento di cui si possa discutere è il dualismo Aru/Landa per il prosieguo del Giro. Se il sardo sembra infatti in calo, lo spagnolo appare in condizioni eccellenti. Come dovrà comportarsi Landa sul Mortirolo o sul Colle delle Finestre in caso di cedimento di Aru? Restare con lui? Affidarlo ai bravissimi Tiralongo e Kangert e puntare al terzo gradino del podio, dove adesso è installato Amador che è in vantaggio di soli 27” ? Oppure addirittura duellare con Contador per puntare al secondo posto?

Ieri giornata nera o nerissima per parecchi atleti partiti da Sanremo con ambizioni di classifica. Quasi dieci minuti di distacco sul traguardo per Rigoberto Uran, quasi mezz’ora per un Richie Porte allo sbando e pronto al ritiro. In classifica generale, alle spalle di Contador e Aru l’unica lotta aperta sembra ormai proprio quella per il terzo gradino del podio.

GIRO D’ITALIA, 14ª TAPPA: CONTADOR BASTONA TUTTI

Non c’è stata storia. Nell’infinita cronometro individuale da Treviso a Valdobbiadene (59,4 chilometri, l’ottava per distanza nella storia del Giro d’Italia) Alberto Contador ha inflitto una durissima lezione a chi pensava di potersi giocare con lui la vittoria finale. Fabio Aru, partito in maglia rosa per la prima volta nella sua carriera, ha incassato 2’45” dallo spagnolo, cui ha dovuto restiuire la maglia dopo poche ore. Adesso il sardo è secondo nella classifica generale, a 2’28” dallo spagnolo. Appena più veloce di Aru è andato il colombiano Rigoberto Uran, mentre è decisamente affondato l’australiano Richie Porte che ora galleggia a quasi nove minuti e potrebbe presto lasciare la corsa. Al traguardo, molto soddisfatto Contador («Questo sarà il mio ultimo Giro d’Italia, vorrei lasciare il segno» ha detto subito dopo l’arrivo), sereno ma non contento del risultato Fabio Aru che ora dovrà difendere la seconda piazza dal costaricano Andrei Amador, terzo in classifica generale (a 3’36” da Contador), e dallo stesso Uran, che è quarto a 4’14”. La lotta per il podio è allargata anche al belga Van Den Broeck e Dario Cataldo. La cronometro è stata vinta dal bielorusso Vasil Kiryenka (un contentino per la corazzata Sky e lo sponsor tecnico Pinarello, che questa tappa l’aveva fortemente voluta sperando di portare Bradley Wiggins) davanti a Luis Leon Sanchez e allo stesso Contador.

Difficile dire se la lunga (troppo lunga) crono fosse adatta o meno agli specialisti vista l’assoluta mancanza di cronoman al Giro. I pochi presenti (come Dario Cataldo o Michael Rogers) erano sfiancati dal lavoro fatto per i rispettivi capitani e sono andati molto piano. Rispetto alle previsioni dei suoi tecnici (che ipotizzavano potesse perdere 1” al kilometro da Contador) Aru ne ha lasciati sul campo quasi tre.

 

GIRO D’ITALIA, 13ª TAPPA: ARU, IL ROSA QUANDO NON TE L’ASPETTI (E PORTE ANCORA IN RITARDO)

No, il Giro d’Italia 2015 non annoia mai. Nella tappa più piatta e, in teoria, più prevedibile di tutta la corsa (la Montecchio – Jesolo, praticamente un biliardo attraverso il Veneto) Fabio Aruconquista in maniera inaspettata la sua maglia rosa strappandola ad Alberto Contador mentre Richie Porte esce in maniera definitiva dalla lotta per la vittoria finale.

Tutto succede a Jesolo, a 3.200 metri dal traguardo, 200 metri prima dell’inizio del tratto neutralizzato in cui eventuali incidenti non causano penalizzazioni cronometriche. Cade un paio di corridori, traditi da un passaggio troppo vicino al ciglio della strada. Come birilli crollano anche una decina di altri corridori. La caduta spezza il gruppo in quattro tronconi. Nel primo gruppo i migliori velocisti e tra loro il veneto Sacha Modolo che va a conquistare la prima vittoria al Giro d’Italia davanti a Giacomo Nizzolo ed Elia Viviani. Nel secondo c’è Fabio Aru, che giunge a 4” dai primi. Nel terzo gruppo arriva Alberto Contador, che è caduto, ha rotto la bicicletta ed ha tagliato il traguardo 40” dopo il vincitore. Ci è arrivato sulla bici del compagno Matteo Tosatto, che con un gesto di grandissima esperienza è riuscito a passargliela nel momento esatto in cui lo spagnolo si rialzava. Il ritardo comunque accumulato è costato a Contador la maglia rosa. Peggio ancora va a Richie Porte, che la bici con molto ritardo l’ha presa dal compagno Kyirienka, di dieci centimetri più alto di lui. Pedalando senza potersi sedere sulla sella, Porte è arrivato a quasi due minuti da Modolo e adesso si trova con 5’05” di ritardo in classifica: possibile che questo punto l’inglese abbandoni la corsa. La sua reazione nel momento in cui si è rialzato è stata di spaesamento totale: anche questa volta nel momento della caduta l’australiano era solo.

Dopo il traguardo Aru ha ringraziato i compagni: «È stato soltanto grazie a loro che ho potuto restare davanti. Io sto bene, ho superato i malesseri dei giorni scorsi». I due malesseri – Imola e Montecchio – sono poi diventati uno solo in conferenza stampa.